Social per psicologi, psicoterapeuti, counselor e coach: quale scegliere
Comunicazione e socialPubblicato il 1 novembre 20264 min di lettura

Quando si parla di social per psicologi, psicoterapeuti, counselor e coach, il consiglio che si sente più spesso è di esserci: Instagram, LinkedIn, Facebook, magari anche TikTok, con un post al giorno. Chi ci prova, dopo qualche settimana, di solito si ritrova con quattro profili aperti, poco tempo per le persone che segue e la sensazione di parlare al vuoto.
Non serve essere ovunque. Servono uno o due canali tenuti bene, scelti con criterio. Qui proviamo a darti gli strumenti per sceglierli, senza dirti quale "funziona di più", perché dipende da chi aiuti e da come sei.
Tre domande prima di scegliere
Prima di aprire un profilo, conviene rispondere a tre domande.
- Dove passa il tempo la persona che vuoi aiutare? Un genitore di adolescenti e una manager appena promossa non stanno negli stessi posti, né alla stessa ora.
- Cosa ti viene naturale? C'è chi scrive volentieri e chi si esprime meglio parlando. Chi sta a disagio davanti a una telecamera farà fatica con i video, e si vede.
- Quanto tempo hai, ogni settimana? Un'ora a settimana basta per un canale, non per tre.
Il canale giusto è dove queste tre risposte si incontrano.
I canali, uno per uno
- LinkedIn. È il social del lavoro. Funziona quando la persona che aiuti si raggiunge per il suo ruolo professionale (manager, aziende, scuole) e per farsi conoscere da colleghe e colleghi che possono mandarti persone. Chiede un profilo completo, con una frase chiara su chi aiuti nel titolo, post scritti con regolarità e qualche commento ai post degli altri.
- Instagram. Immagini, caroselli, video brevi, storie. Funziona quando la persona che aiuti lo usa ogni giorno per informarsi, per esempio genitori, giovani adulti, chi segue temi di benessere. Chiede un'immagine coerente, contenuti frequenti e, a volte, metterci la faccia.
- Facebook. Pagine e soprattutto gruppi. Funziona per comunità locali e gruppi tematici dove le persone fanno domande. Nei gruppi si aiuta rispondendo, non facendo pubblicità.
- YouTube. Video più lunghi, che si trovano anche cercando su Google e restano utili per anni. Funziona se ti piace spiegare con calma e davanti alla telecamera stai bene. Chiede tempo per registrare e montare.
- TikTok. Video brevi e ritmo veloce. Funziona se ti piace parlare in video e se la persona che aiuti lo usa. Chiede molta frequenza.
- La newsletter. È l'unico canale che resta tuo: i social possono cambiare le regole da un giorno all'altro, gli iscritti restano. Chiede un appuntamento fisso, anche solo ogni due settimane, e il consenso esplicito di chi si iscrive.
La regola dei tre mesi
Il consiglio che diamo anche nel manuale è di scegliere un canale principale e tenerlo almeno tre mesi prima di giudicarlo. Le prime settimane servono a trovare il proprio modo di scrivere o di parlare, e i risultati, se arrivano, arrivano dopo. Cambiare canale ogni mese è il modo più sicuro per non vedere mai niente.
Alla fine dei tre mesi guarda poche cose: quante persone ti hanno scritto o chiamato dicendo di averti visto lì, e quanto tempo ti è costato. Il numero di "mi piace" dice poco.
Le regole valgono anche sui social
Un post è una comunicazione professionale come il sito, e le regole della tua professione valgono anche lì.
- Niente storie riconoscibili di chi segui, nemmeno modificate. Vale per tutte e quattro le professioni.
- Niente diagnosi a distanza nei commenti o nei messaggi: a chi scrive "secondo te ho un disturbo?" si risponde invitando a parlarne in un colloquio.
- Niente promesse di risultato. "Addio ansia", "cambia la tua vita in 30 giorni" non sono frasi che chi fa questi mestieri può scrivere.
- Per chi è iscritto all'Ordine degli Psicologi, niente offerte, sconti o promozioni, come prevede la legge 145 del 2018 (articolo 1, comma 525).
Diffondere cultura psicologica, invece, è previsto: il codice deontologico, all'articolo 21, dice che psicologhe e psicologi "promuovono conoscenze psicologiche, condividono e diffondono cultura psicologica". Post che spiegano, informano e fanno riflettere vanno bene.
E se i social non fanno per te
Si può anche scegliere di non usarli, o di usarne uno solo con calma. Un sito curato, una scheda di Google in ordine e una rete di persone che sanno cosa fai portano richieste anche senza pubblicare ogni giorno. Ne parliamo in come trovare pazienti e clienti.
Proteggere il tempo per le persone che segui è una scelta legittima.
Prima di aprire un profilo
Scrivi in una riga cosa vuoi che una persona sappia di te dopo aver visto il tuo profilo per cinque secondi. Se non riesci, parti da lì: è la stessa frase che serve quando qualcuno ti chiede che lavoro fai, e trovi come costruirla nell'articolo sull'elevator pitch.
Il manuale del tuo personal branding ti aiuta anche a scegliere i canali più adatti a te, a partire da chi aiuti, dal tempo che hai e da come ti piace comunicare.


