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Come trovare pazienti e clienti senza dipendere dalle piattaforme

PosizionamentoPubblicato il 1 novembre 20265 min di lettura

Illustrazione in verde salvia su fondo crema: una rete di cerchi collegati da linee sottili

Hai finito la specializzazione, o la scuola di counseling o di coaching, lo studio è pronto (o la stanza da cui ricevi online) e le richieste arrivano poche, ogni tanto. Prima o poi ci si chiede come trovare pazienti e clienti, e le risposte che girano sono quasi sempre due: iscriversi a una piattaforma che manda le persone, oppure aprire un profilo su ogni social e pubblicare tutti i giorni. Sono strade possibili, ma partono dalla fine.

Qui mettiamo in ordine le cose da fare prima, quelle che restano tue anche se un giorno cambi piattaforma o smetti di usare un social. Valgono per psicologi, psicoterapeuti, counselor e coach, con le differenze di regole che trovi in fondo.

Prima di tutto, sapere chi stai cercando

Il primo passo per trovare le persone da aiutare è sapere chi sono. Sembra ovvio, ma chi scrive "mi occupo di ansia, stress e crescita personale" parla a tutti, e chi cerca aiuto difficilmente si riconosce in un elenco di temi.

Chi ti cerca non si chiede che titolo hai: vuole capire se puoi fare qualcosa per quello che sta vivendo. Per questo conviene partire da una situazione precisa. "Aiuto chi lavora in ospedale a riconoscere lo stress prima che diventi burnout" dice molto di più di "psicoterapeuta, ansia e stress".

Se senti che scegliere ti farebbe perdere persone, abbiamo scritto come trovare la propria nicchia senza chiudere la porta a nessuno.

La rete che hai già

Quando si parla di come trovare pazienti si pensa subito a internet, ma tante delle prime richieste arrivano da chi ti conosce, o da chi conosce qualcuno che ti conosce. Conviene partire da lì, con un elenco scritto delle persone che possono mandarti qualcuno.

  • Colleghe e colleghi che lavorano su temi diversi dai tuoi, e ogni tanto devono dire "per questo non sono la persona giusta".
  • Medici di base, pediatri, ginecologhe e ginecologi, se il tuo lavoro tocca la loro area.
  • Scuole, associazioni, palestre, aziende, se le persone che aiuti passano lì le loro giornate.
  • Le persone della tua vita, che spesso sanno che lavoro fai ma non saprebbero dire a chi serve.

A ognuno serve una cosa sola: sapere in una frase cosa fai e per chi. Se non sanno dirlo, non possono mandarti nessuno. Qui aiuta un elevator pitch semplice, da dire a voce senza impararlo a memoria.

Farsi trovare su Google: scheda e sito

Chi ha bisogno di aiuto spesso cerca su Google la sera, con il telefono in mano. Lì contano due cose: una scheda dell'attività fatta bene e un sito che risponde alle domande giuste.

La scheda su Google è gratuita e compare su Google Maps e nelle ricerche di chi è vicino a te. Ha regole precise, per esempio il nome deve essere quello reale, senza parole chiave aggiunte: le trovi nell'articolo su Google Business Profile.

Il sito non deve essere grande. Deve far capire a chi arriva con chi lavori, come lavori, quanto costa e come contattarti. Le pagine che servono le abbiamo messe in fila in sito per psicologi, psicoterapeuti, counselor e coach.

Sono strumenti lenti. Google lavora sui mesi, non sulle settimane, e per questo la rete viene prima.

Un canale solo, tenuto per tre mesi

Aprire un profilo su ogni social sembra prudente, ma in poche settimane diventa un secondo lavoro che toglie tempo a quello vero. Bastano uno o due canali, scelti in base a dove passa il tempo la persona che vuoi aiutare e a cosa ti viene naturale: c'è chi scrive volentieri e chi preferisce parlare davanti a una telecamera.

Il consiglio che diamo anche nel manuale è di scegliere un canale e tenerlo per tre mesi prima di giudicare. Cambiare ogni mese è il modo più sicuro per non vedere mai niente. Se non sai da quale partire, c'è una guida ai social per psicologi, che vale anche per counselor e coach.

E se i social non fanno per te, puoi anche non usarli. Un sito curato, una scheda Google in ordine e una rete di colleghe e colleghi che sanno cosa fai sono già molto.

Le piattaforme: usarle senza dipendere

Le piattaforme di terapia online e i portali a pagamento portano persone, e per chi inizia possono essere un aiuto. Lo fanno però alle loro condizioni: decidono quanto prendi a seduta o quanto paghi per esserci, e quanto ti fanno vedere. Se smetti di collaborare o di pagare, il profilo sparisce e con lui chi ti cercava lì.

Puoi tenerle finché ti servono, e intanto costruire accanto qualcosa di tuo: un modo di presentarti che le persone riconoscono, sul tuo sito e sui tuoi canali, e un nome che cercano direttamente.

Prima di pagare un portale, tre domande aiutano a decidere. Chi lo usa, tra le persone che aiuti? Posso sapere quante richieste arrivano da lì? Posso uscire quando voglio?

Cosa non fare, anche quando le richieste mancano

Quando lo studio è vuoto viene voglia di forzare un po'. Alcune cose però le regole delle professioni le escludono.

Per psicologhe, psicologi e psicoterapeuti niente offerte, sconti o promozioni. La legge 145 del 2018, all'articolo 1, comma 525, esclude dalle comunicazioni delle professioni sanitarie "qualsiasi elemento di carattere attrattivo e suggestivo, tra cui comunicazioni contenenti offerte, sconti e promozioni". E niente testimonianze o storie riconoscibili di chi segui, per il segreto professionale (codice deontologico, articoli 11 e 16). Il quadro completo è nell'articolo sulla pubblicità per psicologi.

Per counselor e coach le regole sono diverse ma ci sono: la legge 4 del 2013 chiede di citarla nei documenti e nei rapporti scritti con il cliente, e i codici delle associazioni chiedono di non promettere risultati. Ne parliamo nell'articolo sulla legge 4/2013.

Le promesse ("addio ansia in otto incontri", "promozione garantita") forse portano qualche contatto, ma sono le stesse frasi che fanno diffidare chi legge con attenzione.

Da dove cominciare questa settimana

Prendi un foglio e scrivi due cose. La prima: in una frase, chi aiuti e in quale momento della sua vita. La seconda: tre posti, fisici o online, dove quella persona passa la settimana.

Se la prima riga ti viene difficile, è normale: è la parte più faticosa di tutto il lavoro, e il motivo per cui abbiamo creato il manuale del tuo personal branding, che parte da un questionario su di te.

E i tre posti della seconda riga: in quanti di questi sei già presente?

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