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Elevator pitch: cosa rispondere quando ti chiedono che lavoro fai

Comunicazione e socialPubblicato il 1 novembre 20264 min di lettura

Illustrazione in verde salvia su fondo crema: un microfono stilizzato accanto a un fumetto

A una cena con amici di amici, alla festa di un compleanno, in fila dal medico: "E tu che lavoro fai?". Per chi fa la psicologa, il counselor o la coach è una domanda che mette spesso in difficoltà. Si risponde con il titolo, "sono psicoterapeuta", e la conversazione finisce lì, oppure prende una piega che non volevi ("allora adesso mi stai analizzando?"). L'elevator pitch serve a questo: una risposta breve, pronta, che dice cosa fai e per chi.

Il nome viene dall'idea di potersi presentare nel tempo di un viaggio in ascensore. Qui lo adattiamo a psicologi, psicoterapeuti, counselor e coach, con una formula semplice, alcuni esempi e qualche consiglio per dirlo senza sembrare una pubblicità.

Perché il titolo da solo non basta

"Sono counselor" spesso genera facce perplesse: in tanti non sanno cosa faccia un counselor. "Sono psicologa" apre la porta a mille immagini diverse, quasi tutte sbagliate. "Faccio la coach" fa pensare a chi urla motivazione da un palco.

Il titolo dice quale formazione hai. Non dice chi aiuti, né cosa cambia per chi lavora con te, che sono le due cose che le persone ricordano. Ed è quello che ripetono quando, qualche mese dopo, un'amica racconta un problema e loro dicono "conosco una persona che si occupa di questo".

La formula

Una struttura semplice funziona quasi sempre:

Aiuto [chi] a [cosa cambia], [come lo faccio].

  • Chi: una persona precisa, descritta per il momento che sta vivendo.
  • Cosa cambia: detto con le parole di chi lo vive, senza promettere risultati.
  • Come: una parola o due sul tuo modo di lavorare, se serve.

Poi, se la conversazione continua, una frase che invita a chiedere: "Lavoro soprattutto con…" oppure "Ti è mai capitato di…?".

Due versioni: dieci e trenta secondi

Conviene averne due.

La versione breve è una frase sola, quella della formula. Va bene quando la domanda è di cortesia e nessuno ha tempo.

La versione lunga dura una trentina di secondi e aggiunge due cose: perché ti occupi di quel problema e come lavori, detto in modo semplice. Serve quando l'altra persona fa una seconda domanda, o quando ti presenti a un incontro tra colleghe e colleghi.

Quattro esempi

Gli esempi sono inventati, uno per professione. Per ognuno, la risposta di tutti i giorni e una più chiara.

Una psicologa

  • Prima: "Sono psicologa, faccio sostegno psicologico."
  • Dopo: "Aiuto le neomamme che stanno per tornare al lavoro e si sentono divise a metà."

Un counselor

  • Prima: "Sono counselor." (Pausa, faccia perplessa dall'altra parte.)
  • Dopo: "Lavoro con chi si prende cura di un genitore anziano e non ce la fa più, per trovare insieme un modo di andare avanti senza perdere la propria vita."

Una coach

  • Prima: "Faccio la coach, aiuto le persone a crescere nel lavoro."
  • Dopo: "Aiuto chi è appena diventato responsabile di un gruppo a preparare le riunioni difficili della settimana."

Uno psicoterapeuta

  • Prima: "Sono psicoterapeuta, lavoro con adolescenti e famiglie, ma un po' con chiunque."
  • Dopo: "Lavoro con le famiglie dove genitori e figli adolescenti non riescono più a parlarsi."

Nelle versioni "dopo" c'è sempre una persona che chi ascolta può riconoscere, magari in sé o in qualcuno che conosce.

Cosa evitare

  • Le promesse. "Ti faccio passare l'ansia" o "ti garantisco una promozione" vanno contro le regole di tutte e quattro le professioni, e a voce suonano anche peggio che per iscritto.
  • Il gergo. "Lavoro con un approccio sistemico-relazionale sulle dinamiche familiari" è corretto, ma chi ascolta si perde alla terza parola.
  • Gli elenchi. "Ansia, depressione, coppia, autostima, lutto" non lascia niente in mente.
  • Le frasi da slogan. Se una frase sembra scritta per un cartellone, a cena non funziona.

Come allenarlo

L'elevator pitch non si impara a memoria. Si impara il senso, e ogni volta le parole cambiano un po'. Due modi per allenarlo:

  • Dillo ad alta voce, da solo o da sola, e cronometrati. Dieci secondi scritti diventano spesso venti detti.
  • Provalo con tre persone che non conoscono il tuo lavoro e guarda cosa ti chiedono dopo. Se la domanda successiva è "e come fai?", la frase funziona. Se è "cioè?", va ancora semplificata.

La frase della versione breve è la stessa che serve nella home del sito, nella bio dei social e nel titolo del profilo LinkedIn. Per trovarla bisogna aver chiaro chi aiuti: se non lo è ancora, parti da trovare la propria nicchia e dall'identità professionale.

Un esercizio per oggi

Scrivi la tua risposta di oggi a "che lavoro fai?", esattamente come la dici. Sotto, prova a riscriverla con la formula. Quale delle due racconteresti a un'amica che ha bisogno di aiuto?

Nel manuale del tuo personal branding trovi sia la frase da dieci secondi sia la versione da trenta, scritte sulle tue parole.

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